La storia della psicologia
La storia della psicologia è un lungo viaggio nel tentativo di capire perché ci comportiamo in un certo modo e, spoiler alert, siamo ancora a metà strada. Per molto tempo ha condiviso lo stesso percorso della storia della filosofia. Ma vediamo di fare un po' d'ordine partendo da lontano.
Lo studio dell'anima nel mondo antico
Tutto parte da tempi antichi, quando la parola "psiche", che significa "anima" o "soffio vitale", veniva usata da quei filosofi greci che amavano passare il tempo a speculare su cose come la vita, l'universo e tutto il resto. E tra questi, spicca Aristotele, che nel suo libro "De Anima" (o "Sull'Anima") cercava di capire come funzioni la mente umana. Dove "mente" e "anima" erano cose astratte, non quel grumo di neuroni che conosciamo oggi.
La nascita del termine "psicologia"
Nel corso dei secoli, il tema è rimasto un affare filosofico. Poi arriva il Rinascimento e con esso un tizio di nome Melantone, di cui ho già parlato, che ha avuto la brillante idea di inventare la parola "psicologia". Ma non è che da quel momento in poi tutto fosse chiaro. No, ci sono voluti altri tre secoli di chiacchiere filosofiche prima che qualcuno provasse a fare qualcosa di scientifico con tutta questa faccenda.
La psicologia diventa una scienza umana
La svolta scientifica arriva 1879. Entra in scena Wilhelm Wundt, il tipo che ha deciso che parlare di anima era un po' troppo nebuloso e che forse era il caso di dare una struttura scientifica allo studio della mente. Quindi, nel 1879, fonda il primo laboratorio di psicologia sperimentale all’Università di Lipsia. Wundt è stato uno dei primi a capire che la psicologia poteva essere studiata scientificamente, misurando tempi di reazione, percezioni sensoriali e altre cose che si potevano quantificare. Grazie a lui, la psicologia inizia a separarsi dalla filosofia ed entra a far parte delle scienze umane.
Il Positivismo fatica ad accettare la psicologia come una scienza
Nell'Ottocento prevale il Positivismo come paradigma scientifico che vede la scienza come qualcosa di prevedibile e misurabile. Secondo i positivisti la scienza può studiare l'uomo solo negli aspetti osservabili, cioè quelli che possono essere visti o misurati direttamente. Lo studio scientifico dell'essere umano si limita ai soli aspetti biologici e fisiologici che rientrano nelle scienze naturali. Di conseguenza, la comunità scientifica fatica ad accettare l'ingresso della psicologia come una vera "scienza", perché la mente umana e i suoi processi non sono facilmente inseribili in questo schema rigido di leggi universali e previsioni certe. Non si può applicare il metodo sperimentale, né misurare con precisione quantitativa il grado di "pazzia" di una persona. La scienza della mente è troppo complessa, troppo fluida, per adattarsi alle regole di ferro delle scienze pure, della fisica, della chimica o della matematica. Nel XIX secolo lo stesso accade anche ad altre scienze umane, come la sociologia e l'economia che faticano ad essere accettate come discipline scientifiche.
Nota. A differenza della psicologia, alla fine del XIX secolo la sociologia ottiene un maggiore riconoscimento dalla comunità scientifica perché, agli occhi di uno scienziato positivista, si occupa di studiare comportamenti osservabili tra le persone, le interazioni sociali e le relazioni umane. Viceversa, la psicologia si concentra su fenomeni interni, come pensieri ed emozioni, che non sono direttamente osservabili.
Con Freud e la psicoanalisi le cose si complicano
All’inizio del XX secolo, arriva Sigmund Freud, un signore che sembra uscito da una serie TV per il suo modo di affascinare e sconvolgere le persone. Prende la psicologia e ci infila dentro un bel po’ di roba su traumi infantili, pulsioni sessuali e l'inconscio. Sì, l’inconscio: quel posto misterioso nella nostra mente dove vanno a nascondersi tutte le cose che non vogliamo affrontare. Freud credeva che la maggior parte dei nostri comportamenti fosse determinata da conflitti nascosti e irrisolti tra questi desideri repressi.
Freud ha aperto la porta alla psicoanalisi, una corrente della psicologia che cerca di comprendere i comportamenti esplorando profondamente le emozioni nascoste. Anche se molte delle sue idee sono oggi superate, Freud ha influenzato enormemente la psicologia moderna.
Il comportamentismo: meno cervello, più azione
Mentre Freud era tutto preso dalle dinamiche interiori, nel frattempo dall’altra parte dell’Atlantico, gli psicologi comportamentisti dicevano: "Sapete cosa? Non ci interessa cosa succede dentro la mente. Noi vogliamo vedere come le persone si comportano". Ed ecco arrivare John Watson e, più tardi, B.F. Skinner, con il loro comportamentismo, che si concentra solo su quello che può essere osservato e misurato: il comportamento. Secondo loro, tutto quello che facciamo è influenzato dalle ricompense e dalle punizioni che riceviamo dall'ambiente. Il cervello? Bah, roba complicata, meglio ignorarlo.
Cognitivismo: si ritorna alla mente
Dopo qualche decennio passato a ignorare la mente, negli anni '50 e '60 spunta fuori il cognitivismo, un approccio che ci riporta a occuparci di come pensiamo e di come elaboriamo le informazioni. Questo movimento, influenzato da psicologi come Jean Piaget e Ulric Neisser, prende in prestito concetti dall'informatica per descrivere la mente umana come una specie di computer: input, elaborazione, output. Finalmente, si inizia a parlare seriamente di cose come percezione, memoria, linguaggio e risoluzione dei problemi.
L'approccio umanistico: siamo più di semplici macchine
Negli stessi anni, emerge anche l'approccio umanistico grazie a figure come Carl Rogers e Abraham Maslow, che dicono: "Ehi, non siamo solo comportamenti o processi cognitivi. Siamo esseri umani con emozioni, desideri e un bisogno fondamentale di realizzare il nostro potenziale". Questo movimento sottolinea il concetto di autorealizzazione, la ricerca del significato e la crescita personale. Maslow, in particolare, ci ha regalato la sua famosa piramide dei bisogni, con l'autorealizzazione in cima, perché tutti noi sogniamo di diventare la migliore versione di noi stessi… o almeno di provarci.
Psicologia contemporanea: una scienza multi-sfaccettata
E oggi, dove siamo arrivati? La psicologia moderna è diventata una scienza con tanti rami, che vanno dalla neuropsicologia (quella che si occupa di studiare come funzionano i neuroni e cosa succede quando qualcosa va storto), alla psicologia clinica, alla psicologia sociale, psicologia evolutiva, e via dicendo. Insomma, è una disciplina che si è evoluta a tal punto che oggi possiamo trovare psicologi specializzati in vari campi che studiano praticamente qualsiasi cosa riguardi la mente e il comportamento umano.
Quindi, la storia della psicologia non è altro che un lungo viaggio nel tentativo di capire cosa ci rende umani. Un mix di idee, intuizioni e sbagli, tutto nel nome di quel vecchio mistero: cosa succede davvero là dentro, nella nostra testa? E soprattutto, perché continuiamo a fare cose stupide anche quando sappiamo che non dovremmo?